E L’Italia si ritrovò il paese perdente nella contesa Europa-Germania
"L’inverno di Monti” è uno svelto libriccino di 73 pagine a larghi spazi (Guerini e Associati) con cui Giulio Sapelli, saggista economico e storico dell’impresa, cerca di dare profondità di campo all’analisi sugli ultimi eventi accaduti in Italia e in Europa. La chiave di interpretazione scelta è, in entrambi i casi, il nesso con la storia internazionale: per l’Italia, paese a unificazione tardiva e guidata da potenze estere, si tratta della relazione con i fattori esterni (stati, istituzioni, centri economici) che danno contesto strategico e tangibile riconoscimento ai leader interni. di Antonio Pilati
11 AGO 20

"L’inverno di Monti” è uno svelto libriccino di 73 pagine a larghi spazi (Guerini e Associati) con cui Giulio Sapelli, saggista economico e storico dell’impresa, cerca di dare profondità di campo all’analisi sugli ultimi eventi accaduti in Italia e in Europa. La chiave di interpretazione scelta è, in entrambi i casi, il nesso con la storia internazionale: per l’Italia, paese a unificazione tardiva e guidata da potenze estere, si tratta della relazione con i fattori esterni (stati, istituzioni, centri economici) che danno contesto strategico e tangibile riconoscimento ai leader interni; per l’Europa il tema è il modo di pensare i processi di integrazione che oggi diverge dall’impostazione data dopo la caduta del Muro dai leader dell’epoca (Mitterrand, Kohl) in quanto sconta una lunga fase di disallineamento rispetto alle grandi potenze alleate (Stati Uniti) o contigue (Russia).
Sapelli descrive due cicli storici che partono in parallelo all’inizio degli anni 90 e vedono disfarsi il proprio assetto quasi in simultanea, nell’estate 2011, quando la crisi dei debiti sovrani sconvolge in gran parte dei paesi europei le politiche di bilancio e i patti sociali che le sorreggono. L’avvio del ciclo europeo è segnato anzitutto dal crollo dell’Unione sovietica che scompagina sia i rapporti all’interno del continente sia gli intrecci con i paesi esteri, ma anche altre due sequenze di eventi rivelano nel tempo grande influenza: l’esordio della Cina sulla scena dell’economia internazionale (ingresso nel Wto); la congiunzione tra calcolo digitale e reti di connessione (nel 1991 debutta il World Wide Web e trasforma in tutto il mondo la vita sociale). Il ciclo italiano si innesca con la saga di Mani pulite, ma il motore che lo spinge è soprattutto la turbolenza del rapporto con il mondo esterno, sia europeo sia più lontano (Usa, Russia, Mediterraneo, medio oriente).
Dall’esordio il ciclo europeo ha per posta e protagonista la Germania: sciolto dai vincoli che la sconfitta nella lunga guerra 1914-45 gli aveva cucito addosso, il paese più popoloso del continente e più dotato di potenziale tecnologico abbandona il basso profilo e riprende a scandire i passi della storia europea. Nel 1990 la mano tocca a Mitterrand e a Bush senior: l’unificazione tedesca, sogno secolare mandato in frantumi da un trentennale delirio di comando, dipende da loro e così Stati Uniti e Francia possono, in modi diversi, dettare la forma dell’Europa futura. La moneta unica e la nascita di una Banca centrale comune, la morbida ma incessante cessione di sovranità a Bruxelles, l’espansione di un potere istituzionale diffuso e poco visibile/responsabile formano l’intelaiatura politica che, nelle intenzioni di Mitterrand (e forse anche di Kohl), dovrebbe contenere la vitalità germanica e inquadrarla in un disegno più vasto, di taglia continentale. Le regole di Maastricht hanno come filo conduttore l’illusione di ridurre l’autonomia politica degli stati: per gli europei ciò vale come una polizza di assicurazione che ipoteca l’allineamento della Germania a strategie i cui luoghi di decisione sono, più che berlinesi, europei e atlantici.
Ma l’illusione si smonta presto. La Cina e la rivoluzione digitale, gli altri due fattori che con la fine dell’Unione Sovietica marcano l’avvio del ciclo europeo, si sviluppano con tale velocità e mostrano un potenziale di influenza così grande da rimescolare le prospettive politiche: rendono concreta la chimera dei mercati mondiali, danno al sistema finanziario risorse e strumenti che ne moltiplicano l’efficacia, cambiano la gerarchia dei poteri sulla scena internazionale. L’Europa, sullo scorcio finale del secolo, avverte tutto ciò come un cambio d’attenzione degli Stati Uniti: all’acme del periodo di Clinton la relazione americana preminente – debitoria e politica insieme – diventa quella con la Cina. Con il passaggio da Eltsin a Putin anche la Russia muta strategia e verso l’occidente riacquista un’attitudine politica assertiva quando non antagonista.
Ma l’illusione si smonta presto. La Cina e la rivoluzione digitale, gli altri due fattori che con la fine dell’Unione Sovietica marcano l’avvio del ciclo europeo, si sviluppano con tale velocità e mostrano un potenziale di influenza così grande da rimescolare le prospettive politiche: rendono concreta la chimera dei mercati mondiali, danno al sistema finanziario risorse e strumenti che ne moltiplicano l’efficacia, cambiano la gerarchia dei poteri sulla scena internazionale. L’Europa, sullo scorcio finale del secolo, avverte tutto ciò come un cambio d’attenzione degli Stati Uniti: all’acme del periodo di Clinton la relazione americana preminente – debitoria e politica insieme – diventa quella con la Cina. Con il passaggio da Eltsin a Putin anche la Russia muta strategia e verso l’occidente riacquista un’attitudine politica assertiva quando non antagonista.
L’Unione reagisce su due fronti: all’interno punta a razionalizzare, con un progetto di Costituzione, il funzionamento istituzionale e all’esterno cerca di rafforzarsi mediante l’allargamento a est che le offre un più vasto campo d’azione. La strategia di rilancio non funziona: due referendum (Francia e Olanda) bocciano la Costituzione e l’allargamento, oltre a creare attrito con la Russia, zavorra le dinamiche interne. L’esito che la fase a cavallo del secolo consegna all’Europa è un’involuzione: l’assetto operativo e il sistema di comando dell’Unione si rivelano prolissi e oscuri, favorendo la separazione dall’opinione pubblica; alcuni stati danno crescente rilievo alle strategie nazionali, lasciano scivolare in secondo piano le esigenze di coordinamento e solidarietà implicate nella costruzione dell’Unione e anzi accentuano l’uso strumentale delle istituzioni comunitarie la cui opaca complicazione sfruttano a proprio vantaggio. La politica degli stati nazionali riprende il sopravvento e cambia l’assetto del campo di gioco in Europa.
E’ una svolta che dà il segno all’intero ciclo 1990-2008 e introduce la fase attuale: il revival degli interessi nazionali scardina l’impianto messo a punto tra il 1990 e il 1992 che si fondava sul primato delle istituzioni comunitarie e lasciava alla Germania il ruolo politico di junior partner. Sapelli salta i passaggi intermedi e stringe sul nucleo di sostanza: “La crisi disvela tutte le rughe di un progetto nato malato” e “la conseguenza di ciò (è) il take over tedesco sull’intera Europa”. L’architettura disegnata per limitare la Germania diventa il volano per la sua espansione: la creatura si ritorce contro i suoi creatori. Margaret Thatcher l’aveva a suo modo previsto: “Una comunità europea strettamente integrata sarà dominata dai tedeschi più facilmente che un più vasto complesso di stati sovrani”. Com’è potuto accadere? La formazione di un’area a moneta unica presuppone un’estesa cessione di sovranità: gli stati partecipanti rinunciano a prerogative di governo della moneta traferendole a un organo sovranazionale comune. Nell’eurozona il trasferimento mostra però un tratto singolare: non tutti i poteri ceduti sono raccolti dall’organo sovranazionale (la Bce) che soggiace a vincoli rilevanti e circoscrive la propria azione entro binari tecnici molto stretti (il controllo dell’inflazione come obiettivo di fatto unico, i limiti all’acquisto di titoli). L’eurozona quindi disperde sovranità: una parte dei poteri che i cedenti detenevano si tramuta in algoritmo, un’altra parte (la politica monetaria) non viene esercitata. Ciò nega agli stati dell’eurozona un centro di comando monetario con poteri adeguati alla complessità dell’economia attuale e li rende fragili davanti alle turbolenze dei mercati: meno poteri nazionali e una tutela comunitaria ridotta al minimo. L’evaporazione di sovranità, comprimendo gli ambiti discrezionali, toglie alla strategia monetaria spazio di manovra (minima flessibilità sul cambio in ragione del focus esclusivo sull’inflazione) e aggiunge rigidità al sistema economico (gli algoritmi di bilancio). Nei tempi normali, quando la sequenza degli eventi segue il corso atteso e non occorrono interventi speciali, il deficit dei poteri non è avvertito; in tempi straordinari, quando si manifestano emergenze che richiedono innovazioni strategiche, la riduzione della responsabilità politica (i limiti d’azione della Bce) crea, come mostra la vicenda del quasi-default greco, danni sistematici e aggrava la crisi.
Gli stati cui si applica l’impianto così stringente disegnato a Maastricht hanno economie molto diverse fra loro (differenze di produttività e capacità competitiva) con conseguenti ampi squilibri, apparati statali estesi, capillari sistemi di welfare che generano gravosi carichi fiscali. Gli stati più deboli, costretti a scambiare la duttilità della politica con la rigidità degli algoritmi, perdono opzioni strategiche: la macchina statale non è comprimibile, le tasse rimangono pesanti, la moneta mantiene un cambio elevato grazie alla forza dell’economia leader. “La forbice tra la macrorigidità monetaria, potentissima, e la microflessibilità dell’economia reale, debolissima, non riesce più a comporre un sistema di fattori produttivi atto a garantire la crescita”. L’esito obbligato è una svalutazione che, non potendo esplicarsi all’esterno, colpisce all’interno: i redditi calano, i prezzi (al netto dei rincari da materie prime) stagnano, la produzione si restringe. Tutto ciò accentua gli squilibri europei e avvantaggia i più forti: è il “virus mortale” che Sapelli vede racchiuso nel progetto di Maastricht.
Il difetto di architettura, che si manifesta come carenza di forza collettiva nel momento della crisi, appare in forma di sintomo già con il ripiegamento nazionale scaturito dall’impasse delle riforme istituzionali. Chi, dopo la bolla dot.com e durante l’arzigogolata melina diplomatica del triennio 2002-05, aveva imparato che i vincoli comunitari non sono in grado di imbrigliare azioni volte in esclusiva alla tutela di interessi nazionali e che anzi a questo fine i congegni normativi Ue costituiscono un efficace repertorio di strumenti ha buon gioco, nel corso della crisi innescata dalle contraffazioni greche, a utilizzare la sovranità dispersa per accumulare vantaggi sui tassi e mettere in difficoltà i paesi concorrenti. Su questa via la Germania si muove in anticipo: già nel 2002-03, in contemporanea, avvia un’ampia riorganizzazione industriale, che ne accresca produttività e profilo competitivo, e negozia a Bruxelles una deroga per il proprio deficit che sfora il limite del 3 per cento annuo.
C’è un duplice giro d’ironia negli sviluppi del ciclo europeo. La dispersione di sovranità nasce per sopperire a un deficit della politica, che non sa mobilitare tra i cittadini un consenso sufficiente a formare nuove istituzioni sovranazionali, e per attingere egualmente, dietro lo schermo di decisioni tecniche (e quindi necessitate), la meta di un esteso potere comunitario. Il risultato cui perviene questa scorciatoia dell’ambizione elitaria è la sublimazione in un empireo formalista dell’impianto europeo e il ritorno da protagonista, nelle concrete lotte di potere, della politica diplomatica, stile concerto delle potenze. E’ in questa danza di eventi, dove gli esiti rovesciano le premesse e le intenzioni sono contraddette dai risultati, che si colloca il ribaltamento del rapporto di prevalenza tra Europa e Germania: nei vent’anni successivi alla caduta del Muro si smarriscono passo dopo passo, in conseguenza dell’iniziale incertezza d’impianto, l’impulso politico, il nesso con gli Stati Uniti e alla fine le ragioni strategiche dell’equilibrio continentale.
Nella strisciante contesa europea, che si inasprisce quando i colpi della crisi mondiale da squilibri scoprono nel nostro continente il bersaglio più facile, l’Italia si trova subito dal lato dei perdenti. Sapelli osserva già all’inizio del libro che “l’amalgama antropologico-economico” prevalente nella politica degli ultimi vent’anni – “piccole e piccolissime imprese (un patrimonio meraviglioso di virtù del lavoro, di creatività, di amore per le persone che in esse lavorano), proliferazione di lavoro autonomo, lavoro nero, espansione dell’illegalità” ma anche “quegli umili e quei deboli” che la sinistra “non riesce più a rappresentare” – appare divergente e contrapposto al “sistema istituzionale dell’economia” (“poche e colluse grandi banche, pochissime grandi imprese”) il quale “nel suo organico rapporto con il mercato internazionale si propone come un interlocutore ineliminabile” di quell’assetto di forze che “hanno condotto prima alla creazione dell’euro e che ora guidano l’oligopolio che ne deciderà le sorti”. Questa analisi degli schieramenti sociali porta Sapelli a scorgere nella vicenda politica che parte da Mani pulite una duplice forte cesura con la storia italiana precedente. Da un lato emergono come prevalenti, grazie alle invenzioni politiche di Berlusconi e Bossi, aree sociali che nella Prima Repubblica erano sempre rimaste in ruoli subalterni entro blocchi guidati da altre forze: ciò provoca, anche per la risentita delusione delle élite investite in precedenza di funzioni-guida, quell’aspro contrasto tra fronti politici che percorre l’intero ciclo ventennale e costituisce un motivo importante del suo prolungato stallo (un timido scioglimento si avvia, grazie alla cogente moral suasion del presidente Napolitano, solo con il varo del governo Monti). Dall’altro lato il nuovo ceto politico, spesso estraneo (tranne eccezioni) alle usanze comunitarie e poco versato nel galateo istituzionale, è così distante dal mainstream europeo da spingere l’Italia in una posizione internazionale defilata che non corrisponde alla sua storia e la indebolisce.
Entrambi i cicli che in Europa e in Italia occupano gli anni tra la fine della guerra fredda e la crisi finanziaria sono segnati da drammatici scarti che rompono la continuità con l’epoca precedente: in Europa si riduce il rilievo del nesso con gli Stati Uniti e ciò, in combinazione con la fallacia architettonica di Maastricht, apre una fase di ripiegamenti nazionali e di strisciante contesa fra stati; in Italia il rimescolamento dei blocchi sociali conseguente alla dissoluzione della disciplina politica imposta dalla Guerra fredda seleziona governi che in anni cruciali (2001-2006; 2009-2011) si rivelano “eterogenei rispetto alla disciplina tedesca richiesta all’Europa”. In tutti e due i casi il prezzo da pagare per il distacco dai nessi storico-politici essenziali è, alla fine, pesante: riduzione della caratura strategica, sfiducia dei mercati, aumento dei costi del debito, crisi economica, tensioni politiche. Oggi lo scarto italiano è chiuso: il blocco sociale degli outsider si è sfaldato, una parte si è riallineata all’establishment, lo scontro domestico frontale è archiviato, l’adeguamento al mainstream Ue è compiuto. Il problema è però lo scarto europeo che sembra destinato ad ampliarsi. La disciplina rigorista e deflattiva in cui oggi consiste l’europensiero spinge la gran parte dei paesi membri ad assestare i bilanci e a dissestare i sistemi produttivi: ne derivano una recessione forse lunga e molta turbolenza sociale che all’interno riportano in vita divisioni remote (epicentro Germania) e all’esterno qualificano l’Europa come un fattore di incertezza se non di danno. Per gli Stati Uniti, che concentrano sempre più l’attenzione sul Pacifico e temendo il disordine nell’area tra Maghreb, Sahara e medio oriente vi dedicano un crescente impegno stabilizzante, l’Europa come sistema unitario perde rilievo: debole sul piano militare e tortuosa in quanto area economica, conta solo come sfilata di singoli stati – per la forza che ciascuno riesce di per sé a mostrare. I prossimi diciotto mesi (elezioni in Francia, Stati Uniti, Italia, Germania; possibili showdown in medio oriente) formano un periodo cruciale nel quale, se le circostanze aiutano, l’area dell’euro ha la chance di rimodellare il proprio impianto evitando faide disgreganti. Sapelli tuttavia non vede un orizzonte favorevole e chiude su una nota di aspro pessimismo: “L’Europa non rientra più nei capisaldi della politica nordamericana. Deve far da sé, anche sul piano militare: questa è la situazione. Una situazione di profonda instabilità e di incertezza permanente”.
di Antonio Pilati